Il pensiero è come l’acqua, che prima ti disseta e poi ti annega; prendendo a prestito le parole di Frankie Hi-Nrg. È come il cibo, che prima ti sfama e poi si converte in lipidi che vanno a depositarsi in massa sull’addome impedendoti la vista durante la minzione mattutina ed intasandoti simpaticamente le arterie. È come il sesso, che prima esalta lo spirito tra voluttuosi intrecci di corpi sudati ed anime appassionate e poi ti fa finire in pronto soccorso con un principio di ischemia cardiaca da sforzo e uno zucchino nel culo.

Questo per dire che se è vero che ogni cosa va fatta con moderazione, questo è ancor più vero parlando del pensiero e se è vero che la via giusta è nel mezzo, riguardo al pensiero questo è sacrosanto.

Osservare i nostri pensieri, così come ogni buona filo-teo-sofia orientale o new age ci suggerisce, avvia un processo di interruzione dell’identificazione con il pensiero, con il giudizio, con l’immagine che abbiamo di noi. Questo dovrebbe metterci sulla via della liberazione, addirittura della “illuminazione”. Ciò di cui dobbiamo tener conto però, è che è il pensiero stesso a osservare. Il controllato è il controllore. Emblematico caso di conflitto di interessi per il quale andrebbe sollevato d’ufficio un conseguente conflitto di attribuzione. Il quale non porterebbe a granché siccome, signore e signori, qui la giuria siede contemporaneamente sullo scarno e sul banco degli imputati, e dunque non approverebbe mai una mozione contro se stessa.

Capite qual garbuglio? In un breve, singolo paragrafo, siamo passati dalla disidentificazione con il pensiero e l’abbandono del giudizio ad una ideale aula di tribunale, per altro iniqua, dove il pensiero giudica e condanna se stesso per essere troppo critico verso di sé. Gli anglofoni lo chiamerebbero dead-end, gli informatici un point-of-failure, noi italiani un circolo vizioso e il mio amico immaginario Glafna (un gigantesco coniglio rosa con la fronte sporgente e il musetto adunco) lo definirebbe “un cazzo di casino, amico”.

Ecco perché si parla di osservare e non valutare, soppesare, stimare, controllare, bilanciare. Ritorniamo quindi all’assenza di giudizio. Ma siamo capaci ad essere testimoni senza essere giudici? Riusciamo ad osservare, ascoltare, annusare senza definire questo o quello con accezioni positive o negative?

Quanto ci influenza il contesto a noi noto?

Prendiamo la cacca. Mi fa ancora ridere parlare di cacca, o pupù. Un mio professore, luminare dell’insegnamento sperimentale della materia artistica a metà tra Dario Fò e Rosaria Mannino, spesso ci parlava della cosiddetta età fecale che ogni bambino si trova ad attraversare. In questo periodo il bimbo prova una buffa attrazione, che definiremmo invece morbosa nel caso in cui coinvolgesse un adulto (o culinaria se pensiamo a Morandi o Paolini), verso quel lato del proprio intimo definito “tabù” da famiglia e società. Stiamo parlando di feci, urine, organi sessuali e sporcizia del corpo in genere (vedi “Silos” di Elio e le storie tese). Il fatto, quindi, che parlare di cacca susciti tutt’ora ilarità in me, mi colloca o nella infantile età fecale, o nel folto sottoinsieme di esseri disgustosamente morbosi che popolano la nostra non-così-eterogenea-come-crediamo società.

Ma torniamo alla cacca.

Che giudizio date alla immagine della cacca? Al suono emesso mentre schiaffeggia la superficie dell’acqua raccolta nel collo del sifone, sul fondo di un ragguardevolmente pesante trono in ceramica? Al suo olezzo dalle così variopinte sfumature?

Di certo nessun buon giudizio se avevate deciso di dare un occhio al primissimo post di questo blog prima di porre finalmente fine ai gorgoglii del vostro stomaco con manicaretti dalle forme e/o dai colori vagamente rassomiglianti a quello del materiale poc’anzi descritto.

Ma, se seguite fino in fondo il mio discorso, tutto cambia nel caso in cui vi immaginiate schiavi di una stitichezza cronica che vi costringa a faticosi pellegrinaggi in terra santa (il cesso di casa vostra) con cadenze non superiori a quelle bimensili.

Ora, a seconda della vostra capacità di impersonificazione, potreste immaginare come il suono di atterraggio ed inabissamento del dirigibile vittoriosamente espulso (grazie ancora, Eli) risulterebbe essere festoso come lire suonate da putti in un iconografico paradiso in rigogliosa estasi. In tale frangente, anche gli odori che da lì a poco inondassero la stanza come l’alito di morte di una cripta risalente al periodo predinastico egizio, sarebbero, se non proprio come il profumo di putti in festa, quanto meno una conseguenza del tutto accettabile. Quasi appagante. Così come lo sarebbe la vista del fondo della tazza dopo l’ultima occhiata al proprio alter ego di scorie affondato, ormai inerme e sconfitto. Un’ultima occhiata, giusto un attimo prima del gong finale, che decreta la vittoria per K.O., lo sciacquone.

Quindi il giudizio è legato al contesto. Noi siamo pregni di contesto, e spesso manco ce ne rendiamo conto. Non rendendocene conto, siamo ancora più schiavi della sua influenza.

Qual’è la morale? Non lo so. Non male come inizio, no?

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