Scelta importante. Situazione incerta. Momento di stallo.

In una circostanza amletica, fidarsi o meno del proprio istinto? E se sì, come distinguere ciò che è istinto vero da quello che è paura o bisogno partorito dalla mente e travestito da vocina interiore?

Prima d’ogni cosa, spesso viene confuso l’istinto con l’intuito.

L’uno sta ad indicare quell’insieme di impulsi propri di una specie o comuni a molte di esse, come il timore del pericolo, la pulsione sessuale, la sfrenata ricerca di cibo. Tutto ciò che, in definitiva, è legato alla propria sopravvivenza e quella della propria specie.

L’altro, invece, ha un significato più sottile, filosofico e volendo, metafisico. La definizione del Treccani per intuizione è: “Conoscenza diretta e immediata di una verità, che si manifesta allo spirito senza bisogno di ricorrere al ragionamento, considerata talora come forma privilegiata di conoscenza che consente, superando gli schemi dell’intelletto, una più vera e profonda comprensione (e, a volte, creazione) dell’oggetto“. Mi verrebbe molto da scrivere ma ve lo risparmio, per ora.

Dunque entrambi i concetti hanno una natura diversa da quella mentale, ma se l’uno è influenzato per sua stessa costituzione da necessità, paure e bisogni, l’altro, almeno sulla carta, li trascende.

Stiamo parlando della proverbiale ed indissolubile natura trittica umana mente, corpo e spirito? In realtà parrebbe di si, anche se non avevo ben chiaro dove sarebbe andato a parare questo post quando ne ho difficoltosamente iniziato la stesura.

Abbiamo la mente, che per sua stessa natura è incapace di concepire qualcosa al di fuori di sé, impossibilitata a partorire qualsivoglia idea scevra da schemi e pregiudizi; fonda le proprie convinzioni sulle esperienze del passato, analizza le informazioni del presente associandole ad eventi precedenti ed in base a questo emette i giudizi di sorta. La mente si identifica in se stessa e si pone al centro di ogni valutazione della realtà percepita, e facendo questo influenza inevitabilmente il risultato.

Poi c’è l’istinto del corpo, che è mosso da pochi, essenziali e radicatissimi bisogni, retaggio di millenni di evoluzione e propri di ogni essere vivente in natura.

Infine lo spirito. E qui nessuno sa bene di cosa si parli davvero. C’è chi ha proprie teorie in merito; chi si affida a quelle che altri hanno sviluppato ed attorno alle quali sono state costruite intere civiltà; taluni ne negano l’esistenza; altri invece  ne associano le presunte proprietà alla mente. Senza partire in quarta con definizioni ed esternazioni che non ho idea di dove potrebbero portarmi, porrei come cardine la definizione del dizionario online di Treccani. La verità che si manifesta allo spirito senza bisogno di ricorrere al ragionamento” lascia intuire che spirito sia qualcosa che ha a che fare con la persona che ne fa esperienza, ma non con la sua stessa mente, la quale ragiona. Ciò crea inevitabilmente, oltre l’ovvia separazione corpo-mente, un meno accademico dualismo mente-individuo; e quindi una ipotesi di esistenza slegata dal pensiero di se stessi, con buona pace del caro Cartesio e del cogito ergo sum.

Non solo. Analizzando questo quadro, vien da pensare che l’intuizione, in un ipotetico triangolo intuito-ragionamento-istinto, sia l’unica squadra sulla quale val la pena di scommettere. L’unica opzione che non abbia interessi o timori di sorta sul risultato, e dunque non influenzabile dalle implicazioni della scelta.

Nondimeno, essendo l’intuizione qualcosa che trascende noi stessi e i nostri tornaconti, è possibile che una scelta lasciata ad esso possa portare ad una conclusione che potremmo non ritenere ottimale per noi stessi. Questo perché, per quello che ne sappiamo, l’intuizione potrebbe aspirare al bene ultimo e non ai propri egoistici fini guidati probabilmente da meccanismi mentali o istinti primari; anche perché il risultato verrebbe valutato dalla stessa mente che giudica la realtà ponendo se stessa nel suo epicentro. Nient’affatto priva di interessi ed aspettative. Tutt’altro che obbiettiva.

Rimane comunque il dubbio su come discernere intuito dal fuorviante ragionamento e dal primordiale istinto. Come capire se la sensazione, il moto, che ci spinge in una direzione sia da seguire perché inconsapevolmente conscia della verità oltre l’apparenza, della giustizia oltre il giudizio, oppure conseguenza di disgrazie passate cristallizzate in costanti paure future.

Non credo esista una formula che aiuti a riconoscere ciò che il nostro intuito ci sussurra dal marasma di urla laceranti e borbottii scomposti che è la nostra mente cosciente.

Come scrissi qualche post fa, una delle poche cose che per esperienza so essere funzionanti è l’esperienza. Va perciò affrontata la scelta con tutto il rischio che comporta seguire il suggerimento interiore errato. Ma col tempo si impara. Come dico sempre ad un mio amico che spero prima o tardi mi legga, da qualche tempo ho deciso di fare cazzate, di mettermi nei casini, di fare cose discutibili. Non so se è la cosa migliore che possa fare, ma di certo è un modo per sfidare il proprio timore del fare errori. Se c’è qualcosa di peggio di agire per paura, è agire per paura di sbagliare.

Con le rotelle non si impara ad andare in bicicletta. Ad un certo punto vanno tolte, e tocca cadere.

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