La mia vita di bambino è sempre stata pervasa da pericolose insidie.

Spesso il pavimento di casa si trasformava in un incandescente lago di lava ribollente, costringendomi a saltare con eccitazione dal divano al tappeto, poi sulla sedia e quindi sul tavolo, per piombare di nuovo sul divano con un tuffo a volo d’angelo. Per il semplice fatto di ritenermi abbastanza coraggioso ed in gamba da saperlo fare.

Altre volte dovevo prestare attenzione alle fessure tra una piastrella e l’altra, un potentissimo laser invisibile rischiava di mozzarmi le dita o amputarmi un piede.

Succedeva anche che il pavimento sprofondasse, lasciando al suo posto un oscuro ed infinito burrone, ed io, sdraiato in terra prono, dapprima aggrappato alle gambe del divano, mi lasciavo poi andare iniziando a precipitare nel vuoto finché non mi fossi afferrato alle gambe della sedia, interrompendo bruscamente la caduta. E andavo avanti così, fino a quando il pavimento non si sarebbe richiuso su se stesso permettendomi di camminarci di nuovo sopra. Oppure finché mamma non mi avesse chiamato per la cena.

Poi c’erano anche momenti meno rischiosi.

Mi piaceva ripetere tantissime volte una parola fino a farle perdere il suo significato. Come ad esempio lenzuolo. O padella. O cornucopia. Nel periodo natalizio invece adoravo sfidare mio papà ed Emanuele ad individuare tutti gli alberi di natale che incrociavamo in macchina. sfrecciando verso casa di qualche amico di famiglia per una cena con rituale scambio di regali.

E poi c’è stato un pensiero che ha aleggiato in me per buona parte dell’infanzia (o forse era già adolescenza?). Non esattamente un pensiero, più una sensazione, un dubbio. Un sospetto.

Fin da piccolo sono stato piuttosto solitario, ma ad un certo punto – non so chi o cosa abbia fatto affiorare questo pensiero in me, sempre che non fosse sempre stato lì, latente – ho cominciato a domandarmi se io fossi l’unico essere senziente nell’universo.

Mi capitava di osservare le persone quando interagivano con me e spesso avevo questa forte sensazione che la maggior parte di essi non fosse spontanea, naturale, ma agisse in maniera meccanica, forse mossa da indefinite forze a me sconosciute ed invisibili.

Vedevo queste persone voltare l’angolo sparendo dalla mia vista e me le immaginavo perdere vita afflosciandosi come un manichino, gli occhi senza alcuna luce. Oppure svanire nel nulla più assoluto. Pensavo a dei burattini mossi da fili impalpabili legati a mani inconsistenti e orchestrate da qualcosa o qualcuno di inconcepibile per la mia mente; oppure delle apparizioni palesate direttamente alla mia coscienza ma che i miei occhi non vedevano realmente.

Alle volte mi chiedevo se persino l’ambiente non fosse in realtà una proiezione artificiale che prendeva forma soltanto dove il mio occhio si posava, mentre dove non guardavo rimaneva soltanto il buio e vuoto niente.

Io stesso mi sentivo spesso diviso. Come se dall’interno della mia stessa scorza, che aveva l’aspetto di quel ragazzino che mi si presentava allo specchio, a volte avessi la facoltà di osservare quel guscio vivere ed agire, come mosso anch’esso da una sua propria volontà e coscienza. In quegli istanti avevo la sensazione di una visione chiara e lucida, brillante, di me stesso e del mondo che mi circondava, mi sentivo osservatore distaccato di una realtà che non mi toccava; ma durava un attimo e poi tornavo ad essere io, col mio aspetto ad identificare la mia essenza unica ed univoca. Tornavo ad osservare attraverso un velo opaco e ascoltare tramite un cuscino ovattato.

Forse, pensavo, quella vita che stavo vivendo era solo un sogno; forse ero da qualche altra parte, chissà dove, e questo non era che il risultato di una notte di profondo sonno ed agitati pensieri. Si sa che nel sogno il tempo assume una consistenza assai volubile.

Tutto questo però, questa sensazione, questo sospetto di essere l’unico essere umano in un luogo che poteva non essere come appariva – o non essere affatto – non mi spaventava. Forse perché non ci credevo davvero.

Pensavo tutto questo come ipotesi, anche se tutt’altro che scartabile, ma non ne ero del tutto convinto. È vero, molti degli esseri umani coi quali entravo in contatto non facevano altro che radicare in me la convinzione che ci fosse qualcosa di strano e sbagliato in loro (intendiamoci, non sbagliato nel senso dualistico bene/male, sto parlando di quella vaga ed imprecisa sensazione di qualcosa che non torna) e io stesso mi sentivo sconosciuto a me, ma c’era qualcosa che metteva a dura prova la teoria dell’inconsistenza della vita che vivevo. La natura.

Gli alberi, l’erba, il sole, il vento, le pioggia. Erano così reali e convincenti da non poter essere in alcun modo inventati e ricreati. Non potevano che esistere per come li vedevo e sentivo. La natura era spontanea, viva. Posso affermare che la natura mi ha tenuto coi piedi per terra, forse sarei potuto finire nel repartino di psichiatria in una stanza imbottita e così rincoglionito dagli psicofarmaci da non saper più controllare gli sfinteri.

A ripensarci ora, mi fa sorridere tutta questa teoria. Mi fa sorridere perché tutt’ora non sono convinto che sia priva di fondamento.

D’altronde Matrix non trattava forse l’argomento in un modo simile? Inoltre sono certo che chi abbia affrontato la storia della filosofia attraverso un corso di studi universitario potrebbe trovare alcuni filoni filosofici che hanno diversi punti in comune con questi sogni ad occhi aperti di bambino.

Nondimeno potrei psicoanalizzare il me di allora, spiegando le origini di quelle sensazioni per sciogliere i nodi ad esse legati e liberare un po’ il me di oggi. Non solo la solitudine può tracciare disegni come questi, non solo la separazione dalla propria famiglia, non solo la presunzione d’essere speciale, non solo la delusione di non essere compreso.

Comunque vi risparmio noiosi dilungamenti autoreferenziali e vi pongo altresì un quesito che nulla ha a che vedere con quanto scritto finora.

Qualche giorno fa m’è emerso alla mente questo dubbio riguardo i vizi capitali e la loro minuziosa catalogazione dei vari moralizzatori d’ogni epoca. E proprio a loro, tramite voi, vorrei porre il seguente interrogativo: il pompino con ingoio è da ritenersi peccato di lussuria o di gola?

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