Ormai sono sull’onda dei ricordi. Alla stregua di un anziano davanti alle proverbiali transenne di un cantiere, braccia dietro la schiena.

Un’altra fantasia che da ragazzino accarezzavo riguarda la soggettività della percezione della realtà.

Mi chiedevo, e tutt’ora mi chiedo e domando a te, caro lettore: e se quello che è per me il verde dell’erba fosse quello che è per te il fucsia del tramonto?

Non confondiamo questa teoria con il daltonismo, il daltonismo indica l’incapacità di distinguere alcune frequenze cromatiche che quindi si riducono, uniformandosi tra di loro (un daltonico può non riconoscere una figura rossa su uno sfondo verde). Io parlo dello spostamento del croma, e quindi il riconoscimento differente – e non ridotto – delle varie frequenze della luce.

Se le varie frequenze della luce che i nostri occhi catturano fossero interpretate in maniera differente da persona a persona?

In fondo non ci sono garanzie in merito.

Come potremmo avere delle certezze d’altronde? Il nome dei colori sono delle convenzioni che utilizziamo per capirci tra simili. Sappiamo che il rosso è quello del semaforo che ferma il flusso del traffico; quello del ferro di cui è costituita principalmente l’emoglobina, la quale colora di rubino il nostro sangue; il colore del telo che sventola il toreador; è lo stesso colore delle fragole, delle ciliegie, della polpa dell’anguria. Possiamo però escludere con sicurezza che questo rosso sia diverso per me e per te? Se io vedessi blu quel che per te è rosso e viceversa rosso quel che per te è blu; se vedessi il cielo porpora, il mare cobalto, se vedessi i lamponi indaco, i papaveri zaffiro?

Se quello che vedo io di un panorama montano per te fosse questo:

SAMSUNG

Va bene, magari la differenza di percezione cromatica tra individui non è così marcata, però non è poi così improbabile.

Se è vero che questa sembra una cagata, è anche vero che non c’è modo di provare che lo sia. E in fondo non è nemmeno così assurdo.

In fin dei conti il colore dell’erba sarebbe dello stesso lilla dei dollari di Paperon de Paperoni, lo stesso dell’invidia, lo stesso degli spinaci. Sarebbe coerente.

Potrei spingermi oltre ipotizzando che la percezione dei colori potrebbe essere influenzata dalla personalità e dall’indole dell’individuo. Oppure magari il contrario.

Traendone una allegoria, la soggettività della percezione dei colori può anche aiutarmi a spiegare un concetto al quale tengo molto: l’inesistenza di quel principio così spesso abusato, sopravvalutato, caricato di una importanza francamente incomprensibile ed ipocrita data la sua natura ex homo: l’obiettività.

Essere obiettivi implica conoscere il reale colore delle cose, scevro di qualsivoglia interpretazione soggettiva. Ma quale sarebbe il colore reale?

Quello che percepisco io? La somma di tutte le tonalità percepite dall’intera razza umana? Il colore reale è forse quello che nessun essere umano può concepire? È forse quello riconosciuto e sostenuto da una ristretta élite di esseri umani definiti da alcune congregazioni sociali con il pomposo appellativo di maestri?

Ammettendo di conoscere il custode del sapere sulla vera tonalità del mondo, come potremmo apprendere i misteri del Vero Colore?

  • Maestro, di che colore è il mare?
  • È blu, mio caro discepolo. Blu come il lapislazzulo.
  • Mh. Ma blu in che senso?
  • Nel senso non-giallo. Giallo è il colore del miele e del girasole.
  • Mh.
  • E non è nemmeno viola. Viola è il colore del tramonto inoltrato, il colore del fiore che porta lo stesso nome.
  • Mh… Però come faccio a sapere se il giallo e il viola che intendi tu sono gli stessi che intendo io?
  • Non puoi.

Che poi, a ben vedere (ma che mattacchione!), l’arancia non è arancione.

Anzi, l’arancia ha in se tutti i colori tranne l’arancione. Infatti i colori sono frequenze della luce ed ogni oggetto, in base al proprio colore, trattiene o riflette alcune di queste frequenze; le frequenze riflesse vengono intercettate dall’occhio che le trasmette al cervello sotto forma di colore. Quindi le frequenze riflesse in qualche modo non fanno parte del colore dell’oggetto, che le rimbalza come non fossero sue: il bianco ad esempio non assorbe alcuna frequenza mentre il nero tutte.

Riprendendo l’arancia: essa trattiene le frequenze blu, verde e viola e riflette quelle gialla, rossa e arancione; ecco perché sono proprio queste ultime ad essere intercettate dall’occhio e trasformate in varie gradazioni di arancione.

Quindi, si potrebbe sostenere (filosoficamente parlando) che il vero colore dell’arancia è un bluette.

Secondo me mi sono perso.

Comunque questo pensiero di ragazzino mi ha sempre traghettato verso più ampi filosofeggiamenti. Mi ha spinto a applicare questo concetto nel macrocosmo, perché credo che ogni piccola sfaccettatura dell’Universo sia una metafora del macroscopico. Ogni piccolo segno che scorgiamo o che crediamo di scorgere tra le trame della vita è uno strumento per interpretare la realtà che ci circonda. Ogni dettaglio insignificante può aiutarci a trovare quell’incognita che permette la risoluzione dell’equazione.

Si attribuisce ad Ermete Trismegisto la frase “quod est inferius est sicut quod est superius, et quod est superius est sicut quod est inferius” che significa “ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso“. In questa citazione ho sempre trovato una conferma di questa intuizione.

Non è difficile comprende come spesso le persone abbiano così difficoltà a comprendersi, pur parlando la stessa lingua. Inutile sforzarsi di essere obiettivi, molto meglio è accettare di non esserlo e prendere con le molle il proprio concetto di rosso, blu e giallo perché potrebbero essere ocra, bianco panna e verde cineseindigesto.

Annunci