Predico semplicità e saggezza come San Francesco ai pettirossi.

Dall’altro del mio scranno snocciolo perle di conoscenza additando ed etichettando dal mio blog come un Inquisitore 2.0.

Da qualche giorno ho i genitali orbitanti a variabili ma considerevoli velocità producendo: forza centripeta, energia cinetica ed un marcato senso di insofferenza, sensazione pienamente resa dal detto popolare “mi girano i coglioni“.

Mi impegno nel vomitare parole dattiloscritte atteggiandomi a Gran Maestro delle Colline Monferrine infarcendo i testi di lemmi astrusi, tipo lemmi e astrusi, per dar più importanza alle fesserie che scrivo ed elemosinare ilarità in chi legge.

Sono un accattone di attenzioni; talvolta taccheggiatore.

Penso bianco e nero, niente vie di mezzo. La via di mezzo sono io, grigio come il caos delle possibilità inespresse.

Pecco di malcelata presunzione con picchi di umile zerbinaggio.

Anche se non so chi io sia mi credo ciò che non sono. Il che è buffo dato che non sapendo chi sono non posso sapere nemmeno chi non sono.

Subisco sbalzi d’umore come una donna durante il ciclo mestruale al culmine di un discretamente lungo periodo di astinenza sessuale; ciò senza l’attenuante dell’ovulazione e dello scombussolamento chimico dell’organismo da essa derivato. Non me ne vogliano le donne in età fertile, vi amo anche per i vostri incomprensibili turbinii emozionali. E per le vostre tette. Adoro le tette.

Creo attorno a me un’aura di solitudine della quale a volte mi sento vittima.

M’atteggio a puro ma marcisco nell’ombra.

Suggerisco a me stesso buone norme come un nonno apprensivo e le disattendo sistematicamente come un nipote saccente.

Mi inerpico su sentieri di solitaria e posticcia coerenza, impugnando una verità impalpabile verso una vetta irraggiungibile. Giro in tondo.

Interpreto un me gioviale ma ombroso, saggio ma faceto, dotto ma volgare, maturo ma infantile, sicuro di se ma instabile. Mi sforzo d’esser tale come un attore inesperto su di un palco scadente, circondato da una scenografia inverosimile, seguito da una folla di occhi fissi ed attenti, avvolti da un sordo silenzio.

Sempre in bilico tra il tentativo d’apparire piacevole oppure irritante.

Scrivo pubblicamente aspre critiche su di me per ottenere in cambio commenti di carità, buone parole da poter intimamente sminuire come meri esercizi di civiltà, oppure indifferenza con la quale torturare il mio animo.

Sfortunatamente sono anche uno spregiudicato ottimista.

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