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Dall’autobus sgangherato e traballante aggiornavo gli ultimi avvenimenti sul taccuino. Fuori era calato il buio e il paesaggio che prima scorreva dal finestrino era ormai indistinguibile nella nera notte del deserto; la luce fioca di servizio bastava giusto per darmi l’idea di dove si trovasse la pagina del diario e in quale punto del foglio poggiasse la minuscola penna.

Avevo appena lasciato Udaipur alla volta dell’ultima città indiana ad ovest, avamposto civilizzato ai confini del deserto. Oltre quella città solo sabbia e dall’altra parte del deserto, il Pakistan.

Jaisalmer. Lo stesso suono del nome evoca panorami esotici e stili di vita di un tempo che fu, carovane di cammellieri che lentamente attraversano un secco oceano di sabbia, lentamente, una duna dopo l’altra; tende da campo piene di tappeti persiani, beduini con un lungo drappo avvolto attorno testa, oasi e miraggi. Mi sarei aggregato ad una carovana e mi sarei addentrato un po’ nel deserto. Ne ero eccitato. Ancora non sapevo come, anche se la fidata Lonely Planet suggeriva che sarebbe stato più difficile evitare i numerosi ed invasivi promotori di gitarelle a bordo di cammello, piuttosto che non trovarne affatto.

Sognando Jaisalmer provavo a concentrarmi sul presente e godermi anche questo spostamento scomodo ma parte di una esperienza unica. Ero in India, ai confini del deserto, su un trabiccolo cigolante. Sfrecciavo nella notte su una strada scavata come le guance di un vecchio reduce di guerra, assieme ad altri viaggiatori carichi di bagagli e sacchi di riso. Era un’esperienza che sapevo sarebbe stata indimenticabile.

Mi concentrai sul taccuino e cercai di riprendere da dove avevo lasciato.

La strada era la più dissestata che avessi percorso dalla partenza da Delhi, quasi dieci giorni prima. Le buche che l’autobus prendeva di continuo erano così profonde da farmi sbattere la testa sul basso soffitto, mandandomi a bussare a violente craniate all’inquilino del piano di sopra, spaparanzato in una cuccetta posticcia. Inquilino che comunque non sembrava badare alla mia insistenza, probabilmente troppo impegnato a cercare di non volare giù dal suo giaciglio.

Dopo qualche parola scritta da cani intervallata da rigacce lunghe l’intera pagina – in concomitanza con i violenti sobbalzi e le conseguenti testate – decisi di rimandare la compilazione del diario di bordo e di infilarmi invece nelle orecchie le cuffie dell’iPod.

Come al solito cercai di sistemarmi il più “comodamente” possibile (virgolette, corsivo e quant’altro sono d’obbligo): incastrato lo zaino tra il sedile vuoto affianco al mio e quello di fronte, lo usai per allungarci sopra le gambe. Il tutto, naturalmente, cercando di non venire proiettato in tutte le direzioni ad ogni salto. Cominciai a pensare che forse non era solo la strada ad essere la peggiore fin’ora incontrata, ma che anche l’autista non scherzasse. E vi assicuro che vi verrebbe da decretare ogni singolo autista Il Peggiore durante ogni singola corsa su suolo indiano, almeno fino alla successiva, dove ne trovereste di certo uno ancor peggiore. E così via, fino all’applauso dei passeggeri per l’atterraggio in Italia.

Comunque credetemi, quello è stato veramente Il Peggiore.

Tornando alla centrifuga con le ruote, attorno a me le persone erano aggrappate ai sostegni dei sedili, ai gradini delle scalette verso le cucce, alcuni aggrappati tra di loro e altri ai loro bagagli, mentre li vedevo sbatacchiare a sinistra e destra, ma soprattutto contro il soffitto. Eravamo sulla stessa barca in fin dei conti.

La scena era esilarante a dire il vero. Sembrava la giostra di un luna park abbandonato da decenni ma ancora perfettamente funzionante.

L’aria che entrava dai finestrini era calda e umida, però piacevole. Sarebbe stato bello rilassarsi un po’, ma sarebbe stato più facile farlo sul letto di un fachiro.

Fu durante un sobbalzo violento che sentii umido in faccia. Mi pulii con la manica cercando di capire cosa fosse successo, se fuori stesse piovendo. Fuori non pioveva ma dopo qualche attimo capii.

Affianco a me, dall’altra parte del corridoietto che separava i due lati del bus, un ragazzo cominciò a fare dei gesti in segno di scusa, mentre dal sedile di fronte al mio spuntò un bimbetto con il viso un po’ stordito mentre si ripuliva la bocca con la manica della camicia.

Ricapitolai mentalmente mentre il ragazzo gesticolante al mio fianco, che dopo scoprii essere il papà, mimava inequivocabilmente l’accaduto: dopo l’ennesimo salto il bimbo non ce la fece più, rimettendo riso e pollo tandoori dal finestrino; il fiotto caldo di cibarie speziate e mezze digerite se ne volò fuori, andando a colare sulla schiena dell’autobus. Ma, come avrete a questo punto dedotto, parte di esse rientrarono dal finestrino successivo. Il mio. Alla Fantozzi.

Un po schifoso, ma niente di ché.

Il papà, che dando l’impressione di avere circa 35 anni ne avrà avuti minimo 10 di meno, era mortificato. Non sapeva capire ne parlare una singola parola di inglese ma a gesti l’ho tranquillizzato e abbiamo iniziato ad incamerare un dialogo molto difficile su dove abitasse, cosa facesse di mestiere, dove stesse andando e perché.

Due anni dopo, nello stesso taccuino in cui in quella notte tentai di scrivere, ho cercato dettagli su quel ragazzo e sulla sua famiglia, ma la narrazione si interrompe proprio in concomitanza di quel viaggio partito da Jodhpur. Non ricordavo quando finisse il resoconto, ora lo so e un po me ne dispiaccio.

Comunque sia, il ragazzo era in viaggio con i due figli, il bimbo che avevo già conosciuto intimamente tramite il suo liquido gastrico ed una bambina dal viso vispo e gli occhi vivi e profondi. Avranno avuto 6 e 14 anni.

Le sue domande erano quelle che ogni indiano, senza alcuna timidezza o imbarazzo, pone allo straniero: hai figli, hai famiglia, sei sposato, sei fidanzato. Il resto conta poco.

Per questo non prestai attenzione quando mi chiese se avevo moglie o figli. Ma cominciai a preoccuparmene subito dopo, quando con ampi gesti, cominciò a disegnare in aria:

una freccia verso di me, una verso sua figlia
un aereo che decolla e atterra.

E a quel punto “Italia!”, puntando di nuovo il dito verso di me, allargando il sorriso e fissando su di me due occhioni limpidi. Poi di nuovo a gesti:

una freccia verso di me, una verso sua figlia
e un cuore tracciato a mezz’aria.

Mi girai verso la bimba che di fianco a noi ci guardava sorridendo e tornai a guardare il suo babbo, interdetto.

Feci finta di non capire, imbarazzato cominciai a gesticolare del mio viaggio e a domandare del loro. Poche ore dopo, la fine del viaggio scisse le nostre vie per sempre.

India

La piccola, il suo papà e me nel trabiccolo traballante

Pensai e penso ancora molto a questo episodio. Tanto mi colpì la speranza di un padre per un futuro prospero per la propria figlia, insieme al miraggio di liberazione dall’angoscia crescente per la costosissima dote che prima o poi la sua famiglia avrebbe dovuto pagare a quella dello sposo (di certo un occidentale non la pretenderebbe). Un velo di amarezza per quel visino dolce e bellissimo di bambina, che mi guardava mentre il suo papà contrattava con il linguaggio del corpo il suo futuro in un universo per lei inimmaginabile, lontano dal caos e dalla miseria ma lontano anche dalla semplicità e dalle sue radici.

Mi sono meravigliato nello scoprire una parte di me fantasticare sulla vita di questa ragazzina in una parte di mondo piena di speranza ed opportunità per chi non sia traboccante di occidentale pretenziosità e tracotante di vizi da società benestante. In una realtà parallela me la sarei portata in Italia, mi sarei fatto carico della sua crescita, della sua istruzione; l’avrei cresciuta come figlia mia. In un mondo parallelo sarebbe potuta diventare adulta e bellissima e sana in un paese prospero, per poi poter tornare nella propria terra per poter dare un importante contributo nel ristabilire giustizia ed equità per il suo popolo.

In un mondo parallelo così, forse non ne avrebbe avuto neanche il bisogno.

Ogni tanto penso a loro, a come sia andata avanti la loro vita da allora, a dove siano in questo istante.

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