Lisa, o chiunque altro al suo posto, mai avrebbe osato pensare una cosa del genere. Chi mai avrebbe potuto, d’altronde? La sua mente ancora non riesce a capacitarsene: forse è proprio per questo che è ancora capace di pensare e non è invece sprofondata nell’abisso della pazzia tirandosi dietro un silenzioso e disperato urlo di sgomento.

Certe cose non possono accadere. Certe cose non dovrebbero accadere affatto. Eppure lei è lì, immersa in un’oscurità densa ed umida. Avvolta ed immobilizzata – forse è stata legata, forse è il terrore a negarle qualsiasi movimento.

Come poteva immaginare che si sarebbe trovata in quella situazione, ben oltre il limite dell’umanamente sopportabile, al di là di ogni più tetra e perversa fantasia di scrittore? Come poteva il destino punirla così duramente per un gesto così futile, anche se – ora lo sapeva – terribile al tempo stesso?

Il buio è così profondo da sembrarle di galleggiare nello spazio, eoni nel futuro, quando ogni stella si sarà spenta – o nel passato, prima che ogni cosa avesse inizio.

Ma nello spazio non ci sono suoni; mentre invece lei i suoni li ha sentiti. E si sarebbe strappata i capelli dalla testa se solo avesse sensibilità delle braccia, delle mani. Quei rumori l’hanno quasi fatta impazzire, ma il destino – con lei ormai privo di ogni pietà – continua a spingere il lume della sua ragione sempre sull’orlo del baratro della follia, senza mai il sollievo della liberazione da quell’incubo corruttore dell’anima sua. Perché non impazziva? Perché ancora la sua coscienza riusciva a sopportare tutto questo? Perché non aveva… rieccoli! Quei suoni. Eccoli di nuovo. Si…avvicinano…

Un nuovo rivolo umido scorre dalle cosce di Lisa, giù fino ai piedi; ma il suo respiro è immobile; nell’oscurità totale i suoi occhi sgranati cercano di scorgere la fonte di quei terribili suoni, le pupille dilatate annaspano in quell’oblio alla ricerca di una aberrazione la cui visione l’avrebbe certamente uccisa sul colpo, corrompendole l’anima per l’eternità. Mentre i nervi del suo collo si tendono per vedere, il suo cuore, ormai lacerato e sventrato da quell’orrore senza forma, non vorrebbe vedere più nulla, vorrebbe accecare le sue stesse orbite pur di non rischiare di conoscere la verità.

Il ticchettio sordo si avvicina, così come cresce l’eco di quei passi, che sembrano rimbombarle nel petto e nel ventre. Lei sa che non sono passi, sa che cosa sono. Lo sa ma si impedisce di rispondersi. Nonostante potrebbe finalmente e misericordiosamente spingerla verso il delirio liberando, se non il suo corpo, almeno la sua coscienza.

L’umidità si fa più forte e il suo cuore sembra ormai un tamburo impazzito. Forse anche la creatura (le creature) lo possono sentire. Forse non si vogliono nutrire delle sue toniche carni, forse è la sua paura a dar loro piacere. Il suo cieco terrore le eccita. Forse la vogliono tenere in vita affinché lei possa sfamare la loro brama di quel liquido denso, freddo, color pece che stilla dai suoi pori mentre la sua mente cosciente cerca di aggrapparsi a ricordi di immagini, suoni, odori, per strapparsi da quella realtà che le sta consumando irrimediabilmente l’anima.

Lisa non sa di digrignare i denti al punto da farli scricchiolare, ma forse – nonostante la quasi totale paralisi della sua ragione – si rende conto che a quel sinistro suono i ticchettii aumentano di frequenza, come esaltati da quell’espressione di estremo terrore.

Il ritmo del suo cuore cresce ancora e il suo respiro, interrotto fino a quel momento, prende ad entrarle ed uscirle dalle fessure tra i suoi denti perfetti – stretti in una morsa gelida – alla stessa velocità del suo cuore ormai impazzito. L’istinto di sopravvivenza, che mai lascia solo l’essere umano, ha oramai abbandonato Lisa; se soltanto non fosse immobilizzata si lancerebbe verso l’orrore (la moltitudine d’orrori) che verso lei si stano muovendo, affinché mettano fine al supplizio che a questo punto ha logorato ogni bellezza che albergava in lei.

(stai calma ora, va tutto bene)

Di nuovo quella voce, in lontananza. Quella voce che, mentendo, cerca di illuderla d’essere in un luogo conosciuto, d’essere al sicuro.

Ma come può essere al sicuro in quel buio che le penetra fino nelle ossa? Come può quel ticchettio brulicante essere sano?

(non c’è nessun ragno)

A quell’ultima parola il cuore le si ferma. La bocca le si spalanca in un muto grido d’orrore. Gelido sudore le imperla il volto mentre un sommesso gemito incontrollato le fuoriesce di bocca, suscitando nuova eccitazione in quel brulicare di passi.

Ragni. Tenta con tutta se stessa di liberarsi dall’immagine che le si forma nella mente, ma è troppo tardi.

Mentre finalmente l’urlo da tempo paralizzato nella sua gola riesce a venir fuori lacerando l’umido silenzio di quella tana, si sente ondeggiare nel vuoto ormai consapevole d’essere prigioniera di un enorme bozzolo di tela. Il suo urlo terribile, che avrebbe ghiacciato il sangue di chiunque lo avesse udito, non si è ancora interrotto quando qualcosa le muove i capelli, qualcosa che nel farlo le sfiora la fronte. Qualcosa di freddo, rigido, umido.

L’orrore ha un limite, e Lisa qui lo ha raggiunto. Il grido le muore in gola e gli occhi, se qualcuno avesse potuto vederli, li avrebbe visti perdere vita assumendo l’aspetto di quei vitrei musi accatastati su letti di ghiaccio al mercato del pesce.

Ma non è vero che non c’era nessuno ad ascoltare il suo grido, nessuno a guardare i suoi occhi perdere vita. Il suo terribile grido, dal buio della propria inferma coscienza era risalito su, verso l’esterno, gelando il volto dell’uomo che affianco a lei le teneva la mano. Lo stesso uomo che non poté non notare una luce che si spegneva negli occhi della donna che amava e che – in quell’istante lo seppe – mai avrebbe riavuto con sé.

Daniel, o chiunque al posto suo, mai avrebbe potuto immaginare di perdere il proprio cuore, assieme a quello dell’amata, a causa del senso di colpa più improbabile eppure così indicibilmente distruttivo.

Senso di colpa che lo avrebbe certamente consunto fino alla fine dei suoi giorni. L’aspirapolvere. Senza il suo nefasto regalo Lisa non avrebbe mai evocato il rimorso che l’aveva corrosa fino alla totale apatia. E alla morte della ragione.

Pulendo casa non avrebbe mai aspirato quei dannati ragni.

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