Un marinaio su una barchetta, al largo in una notte senza stelle.

Il marinaio ha smarrito il nord ma in fondo non gli serve, non ha un luogo al quale tornare. Il marinaio finge di godersi la traversata, senza smettere però di gettare occhiate all’orizzonte.

Il marinaio si lascia trasportare dalle onde, ma a volte si mette ai remi. Senza nessuna ragione: che senso ha remare se non sai dove sei e dove devi andare?
Remi per ore ed ore ma tutto è uguale a se stesso. Muoversi e rimanere fermi hanno significato identico.

La notte sembra interminabile e senza punti di riferimento, ma il marinaio non se la passa male. Si ciba di quel che riesce a pescare, spesso roba davvero buona.
Ogni tanto si sente solo, ma in fondo la solitudine non lo ha mai preoccupato. È necessario prima stare bene con se stessi per poter stare bene con gli altri, si diceva sempre.

Il marinaio vaga sulla sua barchetta. Il silenzio, l’assenza di luce, lo stomaco pieno e le onde che lo cullano lo mantengono in uno stato di veglia soporifera. Ammazza il tempo intagliando le assi della zattera col coltello che usa per pulire il pesce, ripensa alle ormai lontane sensazioni di appartenenza ad un luogo remoto, sogna ad occhi aperti la terraferma di cui quasi non ricorda nulla. Sempre che sia davvero esistita.
Tutto questo lo fa con lentezza, senza troppa convinzione, il pensiero e l’azione sono ovattate da una sottile ma costante sensazione di sonnolenza.

Ogni tanto la superficie dell’acqua attorno alla sua oasi galleggiante s’increspa come a rivelare qualche segreto, oppure qualche novità. Ma a chi può servire un segreto in un luogo del genere? Cosa se ne farebbe un marinaio sperduto in chissà quali acque? E quali novità potrebbero mai emergere da un mare nero e mite? Così il marinaio non presta attenzione a quella curiosa anomalia; rimane sonnacchiosamente concentrato sul nulla che lo circonda, sul nessunluogo verso cui è diretto, sul niente che lo spinge ad andare avanti, sul nessuno che lo sta aspettando. Giocherellando col coltello e con i trucioli di legno.

Il cielo scuro si riflette sull’acqua che a volte è salata, a volte sembra dolce. Più che galleggiare sull’acqua gli sembra di fluttuare nello spazio.

Tutto sommato il marinaio sta bene, lì dove sta. Non ha certo nulla di cui gioire, ma non può nemmeno lamentarsi. Però ogni tanto ricorda di avere desideri, di avere una meta. Ogni tanto gli sembra che una idea – un istinto – stia per affiorare dalla superficie della sua sonnolenza come a volte accade al mare che si increspa attorno alla sua barca.

E anche fosse? Non ho luogo al quale far ritorno. Non ho un compito da portare a termine, ripete spesso. Con rammarico e sollievo.

Non ha coraggio di pensare apertamente quello che in fondo teme, che tutto questo navigare non abbia senso. Tutto il rollio della barca, il farsi trascinare mollemente dalle onde, guardare mestamente l’orizzonte senza sapere cosa né perché.

Eppure c’era stato dinamismo, un tempo. C’erano echi nella memoria di vaghe immagini di burrasche; canali d’acqua dolce scossi da violente correnti, l’affanno e l’eccitazione di mantenere il controllo della barca; forti vogate per risalire corsi di fiumi contro corrente; l’attracco ad un porto sicuro. Ci sono stati momenti di vita.

Quanto è lunga questa notte senza stelle, senza luna? Quando rivedrò spuntare il sole ad indicare l’oriente? Faranno mai capolino gli astri nel cielo per suggerirmi una direzione, una qualsiasi?

L’importante è il viaggio? Davvero?

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